Wednesday, September 13, 2006

The impossible monument


The following article was published in Il Manifesto on 10 September 2006.

Ground Zero, il monumento impossibile

Sul confine fra politica e violenza, lingua e guerra. La natura di un evento senza sistemazione in un memoriale

A cinque anni dall'11 settembre, Ground Zero non ha un monumento commemorativo permanente. Certo, hanno fatto molto chiasso il progetto di Libeskind, l'avvio dei lavori per la costruzione del memorial «Riflettere l'assenza», ed ora l'apertura di un «Tribute Center» temporaneo, ma il sito resta una buca nel terreno senza emozione, un progetto incompleto tanto quanto il piano di Bush di «snidare» Bin Laden «vivo o morto».

Quali che siano le ragioni di questo ritardo (e val la pena di ricordare che cinque anni sono più o meno quanto c'è voluto per combattere la prima e la seconda guerra mondiale), esso testimonia quanto sia difficile contenere gli eventi dell'11 settembre nell'ottica dello stato-nazione. Erigere monumenti è uno dei modi in cui gli stati-nazione selezionano come significative determinate perdite, attribuendo loro scopo e valore. Ma, sebbene le vittime dell'11 settembre siano state evocate ritualmente in discorsi di sostegno alla «guerra al terrore», l'evento conserva ancora qualcosa di non assorbito e di «strano», qualcosa che rifiuta di essere integrato nella logica sacrificale della perdita nazionale.

Forse ciò dipende dal fatto che, come scrive Arjun Appadurai nel suo recente Fear of Small Numbers, l'11 settembre è stato un attacco «all'idea che lo stato sia "l'unico gioco in città"». Quel giorno è successo qualcosa che ha portato l'idea di guerra senza autore ad un livello nuovo di gravità. Poiché il responsabile è stato individuato in una rete terroristica globale, legata da meccanismi oscuri ad altre misteriose reti terroristiche, molti stati hanno potuto etichettare in questo modo i propri dissidenti, gli attivisti e le minoranze violente.

La parola terrorismo ha finito presto per designare qualsiasi tipo di attività anti-statuale. E, se negare un collegamento tra gli eventi dell'11 settembre e le forze sociali presenti nel mondo islamico sarebbe futile, il conflitto che ne è seguito è andato assumendo una logica in cui gli stati-nazione, come gli ultimi dinosauri, sembrano vagare per il mondo in una lotta disperata contro nuove forme di vita. In molti hanno tentato di dire cosa c'è di nuovo in questa «guerra globale» che nella sua asimmetria tecnologica, nel moltiplicarsi dei fronti, nella condotta tenuta in zone abitate da civili, nel crollo dei nemici stranieri e interni, ha semplicemente acuito le tendenze già in atto. Ma forse questo approccio è sbagliato.

Forse dobbiamo chiederci se sia in gioco la guerra in quanto tale o, più precisamente, come l'escalation di violenza degli ultimi cinque anni ridisegni la relazione tra politica e guerra - se reputiamo, con Clausewitz, che la guerra sia la continuazione della politica, o se pensiamo, con Foucault, che sia vero il contrario.

Il giorno dopo l'11 settembre, sul Guardian, Saskia Sassen ha definito gli attacchi «un messaggio dal Sud globale», un modo di comunicare al mondo ricco qualcosa che, dopo molti tentativi falliti, poteva essere espresso solo «in una lingua che non ha bisogno di traduzione». In un pezzo intitolato Can Things get Worse? (disponibile su http://dictionaryofwar.org), Tom Keenan le ha replicato a questa tesi con l'idea, espressa tra gli altri da Michael Ignatieff, che gli attacchi siano stati un atto di nichilismo apocalittico, non accompagnato da alcuna richiesta e avente per obbiettivo solo la trasformazione di un mondo irrimediabilmente peccaminoso e ingiusto. Per la prima posizione, la violenza è un linguaggio politico; per la seconda, esprime solo una metafisica.

Entrambe queste visioni corrono un grave rischio. Nella prima c'è il sogno di una lingua universale, di un modo di parlare che non necessiti di traduzione, di un ritorno al momento mitico pre-babelico che precedette la dispersione, la deriva, il proliferare delle differenze. Nella seconda c'è il tentativo di immunizzare la politica da qualunque persuasione diversa dal razionale, di contenerla all'interno di fantasie liberali di consenso, di separarla dalla violenza, dal conflitto, e persino dalla metafisica - come se ciò fosse veramente possibile.

In ultima analisi, fa poca differenza se vediamo l'11 settembre come un atto politico o come un attacco alla politica. Tra queste posizioni c'è una mutua implicazione, anche se sono irriconciliabili. Entrambe presuppongono un mondo in cui la politica e la lingua possono essere trascese. E, così facendo, restringono la nostra capacità di comprensione del conflitto attuale, che certamente deve ruotare sul riconoscimento che il limite tra la politica e la violenza, tra la lingua e la guerra è ad un tempo impossibile e necessario.

Qualsiasi tentativo di limitare questa indecidibilità, sia esso declinato nel gergo dell'unilateralismo («con noi o contro di noi») o come universalismo del diritto, rischia di eliminare ciò che dell'11 settembre, e della guerra apparentemente interminabile che è seguita, rimane scioccante e inaccettabile. Rischia anche di bloccare l'unica via che potrebbe fornire un'uscita da questa situazione: la traduzione, il dissenso, il quotidiano e incessante vivere con la differenza. Questo è il motivo per cui, dopo cinque anni, è ancora necessario insistere sulla natura strana e desolatamente sconosciuta di questo evento. Ed è anche il motivo per cui il monumento migliore resta un non-monumento, una semplice buca nel terreno.